DOVE FU BELLA GIOVINEZZA
Noches de jardín

DOVE FU BELLA GIOVINEZZA

Francesco Luti inicia su colaboración en la revista con dos relatos. Con vistas a la realización de una panorámica bilingüe italiano-española con visos de continuidad en los próximos números, se presenta aquí este relato en versión original. Imagen: DMCA (https://www.pxfuel.com/es/free-photo-xocsy)

Francesco Luti | 12 sep 2020

«... le mura, il cielo della città lontana dove fu bella giovinezza

col suo miele di fanciulle e di fame.»

 

 

    Roma non si vedeva piú, inghiottita dalla campagna laziale in onda dal finestrino dello scompartimento. Vasco decise d’appisolarsi; Firenze restava lontana e non vi sarebbe giunto per pranzo. Appetto gli sedeva una signora col figlio, e quando il ragazzino smise di parlare e prese a sfogliare l’Intrepido, Vasco si serenò. La donna aveva pronunciato “Bologna”, e Vasco si arrese all’evidenza di dover convivere l’intero tragitto col duo.

 

    Appoggiato alla propria ombra, a tratti si ridestava dal sonnellino in corso per indovinare dove si trovasse il treno in quel momento. La campagna che a fiotti appariva dal finestrino gli sembrò non risentisse dei favolosi anni Sessanta al loro culmine, questo pensò Vasco con sottaciuta ironia. Gli occhi si richiusero intormentiti, e quando il pensiero si volse a Firenze, si rammentò di una sua frase: “per vederti come voglio io ho sempre dovuto stringere le palpebre...”.

 

    In quel buio d’orbite c’era dunque lei, Firenze, e per ingannevoli giochi della memoria, lui avvertiva come se una saetta, dalla piú sottile feritoia delle ciglia, gli finisse al cuore.

 

    Da tempo non vi tornava, e ora un improrogabile impegno editoriale lo calamitava fin lí. Non voleva trattenersi oltre due notti. La primavera del 1965 era esplosa sfoggiando i migliori colori della Toscana, eppure Vasco avrebbe evitato quel viaggio. Per giunta, da giorni, una tosse bronchiale frenava il piglio alle Camel. Tutto ciò lo innervosiva consapevole che la cima di quel turbamento si traduceva in quelle tre sillabe.

 

    Al riparo da occhiali scuri, lo avvinse il ricordo dell’antica città. Era nato a un passo da Palazzo Vecchio, e per quanto non desiderasse tornarci, quelle combinazioni di luce che solo da certe strade fiorentine scaturiscono, incendiavano il ricordo.

 

    Dietro la pioggia delle ciglia era in corso un rinsanguamento intimo che narrava d’uno scrittore poco piú che cinquantenne e delle pietre che lo avevano visto crescere, sulle quali si era forgiato e che aveva ricambiato con pagine memorabili.

 

    Vasco immaginò che in quell’istante, oltre il finestrino, il Sole stesse illuminando la città piú bella del mondo. Prima che lo spirito d’amor patrio evaporasse, riebbe il gusto amaro del congedo, anni prima, da lei. Il soggiogarci della vita, gli scorni, il decidere d’avviarsi oltre l’orto di casa, porto per salpare verso l’ovunque... Risentì tambureggiare dentro sé la certezza che se non si accettano le convenzioni che ci appartengono, bisogna principiare a combatterle a modo nostro. Era venuto sempre a parole con Firenze, in ogni senso; ne aveva immortalato epoche correndo il rischio che si corre quando si scrive di cose amate o perdute: restarci impelagato come nelle sabbie mobili.

 

    Si stiracchiò, pochi intimi erano a conoscenza del suo arrivo: Alessandro, Damiano, le rispettive signore. Voleva evitare giornalisti, letterati, accademici e falsi amici. Con l’editore, invece, si sarebbero incontrati l’indomani fuori città, in campagna, nella villa di Damiano.

 

    Alla stazione di Arezzo il treno osservò una sosta, e il vocio tra lo scendere e il salire finirono per svegliarlo. Di nuovo in cammino, si alzò per sgranchirsi e nel corridoio ruppe fede a quanto impostosi per via della bronchite: accese una sigaretta.

 

    Fuori sceneggiava il verde di Toscana e il paesaggio lo costrinse al ricordo. Ripensò alla divisione Garibaldi “Arno”, e a coloro che in quelle montagne si erano preparati a liberare Firenze quando lui si trovava a Roma, al quartiere Flaminio, e la sua Firenze era Ponte Milvio. Gli venne in mente Aligi Barducci, detto Potente, ventuno anni dopo la battaglia di Firenze dove cadde da eroe. Tra loro ci correvano cinque mesi. Rivide nel pensiero i GAP in lotta, ma la parentesi durò lo spazio di una cicca poiché volle sgravarsene facendo ritorno nello scompartimento.

 

    Ora toccava al ragazzino dormire poggiando il capo alla spalla della madre che glielo carezzava lievemente. Per non imbarazzarla, dopo l’incantamento, Vasco diresse lo sguardo al finestrino. Lo svanirsi del gesto materno gli suscitò l’immagine di sua madre morta pochi mesi dopo aver dato alla luce suo fratello di cinque anni minore. Oltre lo schermo del finestrino la rivide giovane come se la ricordava. Il treno traversava il Valdarno e Vasco fissava il paesaggio, ma gli occhi suoi di quel momento non traducevano la valle che sfilava vaporosa di colori, ma sua madre che lo reggeva a cavalcioni su un olivo con la nonna innanzi a canzonarli.

 

    Non rammentava dove e quando fosse esisitito quel momento. Eppure ora assaporava il sorriso di lei mentre gli solleticava la pancia. Era estate, un’estate adamantina povera e remota. Rifletté su cosa significasse essere chi era riuscito a diventare: scrivere libri e sceneggiarli per il cinema, godere e soffrire per la stima e le polemiche: tutta questa strada, l’intero itinerario fino ai cinquant’anni di oggi, era stato privo di lei.

 

    E Firenze, dove sarebbe sceso, inevitabilmente lo avrebbe riportato a lei, a via de’ Magazzini, a una casa popolare fredda e buia. Lí era germinato il seme dello scrittore, l’eredità spendibile ora in altri luoghi lavorando di penna e di schiena per aderire alla realtà con la pellicola delle parole.

 

    Da ultimo si decise a discacciare gli estremi assalti della memoria. Il treno ripartiva da Pontassieve col Sole rilucente sui muri di campagna. Quando sostò brevemente nella stazioncina di Campo di Marte... sopra via Mannelli, Vasco non risucì ad arginare il ricordo dei bombardamenti.

 

    Era l’una e mezzo passata quando il treno si fermò a Santa Maria Novella. Vasco raccolse la borsa e scese al binario quindici, dirigendosi all’uscita. Aveva appuntamento con Damiano ma l’amico ancora non c’era. Scattoso e spasmodico, prese a girellare cercandolo tra le auto in sosta e accendendo una seconda Camel borbottò fra sé: Vengo con la giardinetta... e in do’ gliè questa giardinetta? Vengo all’una e mezzo... l’hai visto te? e aggiunse un’altra fremebonda ingiuria prima d’acquietarsi.

 

    Poco dopo, un vociante Damiano ne invocava il nome. Trafelato, giungeva dal lato opposto con la giacca avvolta all’avambraccio, abbronzato e con un sorriso benigno. Quella di Vasco, invece, era un’occhiata grifagna e sfidante, tantoché Damiano, conoscendolo, si preparò all’esplosione verbale:

 

    «Gliè un’ora che t’aspetto! In dov’eri? Manca poco mi perdevo...»

 

    Damiano avrebbe voluto ridersela e dirgli: Se ti perdi te a Firenze siamo bell’e iti... ma tacque sapendo che la furia di Vasco non si era ancora spenta.

 

    Diretti alla colonica medievale di Damiano con Fiesole che si perdeva alle loro spalle, Vasco aveva smesso di recriminare e toccava all’amico raccontare dei tempi recenti, della vita di città e della campagna dove rincasava solo la sera.

 

    Benché non fosse piú l’ora del desinare, pranzarono con melone e prosciutto davanti alla vallata stesa ai piedi e la piscina sullo sfondo.

 

    «Se vuoi metterti a diacere, vai pure» disse Damiano dopo il caffè. Poi aggiunse: «Io vado a fare un sonnellino».

 

    Vasco declinò col capo e restò seduto a pensare mentre la cameriera sparecchiava. Tutt’intorno i giaggioli picchiettavano il campo di ulivi: stasera passeggerò per qui, voglio vedere il luccioleto in santa pace.

 

    Dal bosco, per un canale di vento giungeva l’odore di pane abbrustolito. Vasco rammentò che l’indomani l’editore sarebbe sceso apposta da Milano per incontrarsi con lui. Ma lui, lui avrebbe chiuso il discorso alla svelta: o stavano ai patti, o avrebbe affidato il dattiloscritto a un altro. Poi volle francarsi dalla morsa di quel pensiero uggioso. Il pane abbrustolito non aleggiava piú, e invano con l’olfatto lo ricercava poiché era sinonimo di sua nonna. Quindi dalla nonna, il ricordo carambolò alla madre. Col miracolo del treno aveva riavuto nitida anche lei, e ora le chiome degli ulivi riflessi nella piscina parevano propiziarne l’immagine.

 

    Svisò gli occhiali scuri esorcizzando il possibile ritorno del miracolo. La campagna scoppiettava di silenzi meridiani, e lui attese qualche altro minuto prima di alzarsi. Quando si decise spense la cicca con la suola del mocassino, volse le spalle alla vallata e s’avviò verso l’aia per sparire inghiottito dalla millenaria porta della casa.

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